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Un proverbio toscano avvisa sulla pericolosità dell’alcol


05 GIU - Un proverbio toscano avvisa sulla pericolosità dell’alcol solo se il suo uso è ripetuto, ed è proprio quello che oggi accade.
La cultura del consumo di alcol è il vero nemico da sconfiggere in Italia, non tanto l’alcol in sé. E’ quanto afferma il dott. Valentino Patussi, Coordinatore del Centro Alcologico Regionale Toscano e Segretario della Società Italiana di Alcologia, a cui abbiamo rivolto tre domande flash.

“Se succede qualcosa di brutto si beve per dimenticare; se succede qualcosa di bello si beve per festeggiare; e se non succede niente si beve per far succedere qualcosa”. Il dott. Patussi inizia con questa frase di Bukowski l’intervista, per ricordarci simpaticamente che l’alcol è una questione culturale in Italia, prima ancora che un problema clinico. “L’allarme attuale, ribadito anche nell’ultima relazione del Ministro della Salute, non sembra essere più quello della dipendenza dalle bevande alcoliche, piuttosto quello di uno stile di vita ‘alcolico’, tipico dei nostri giovani e giovanissimi ma accettato, promosso e incentivato dal mondo degli adulti, spesso per interessi economici.”

Chi sono i bevitori nel nostro Paese? Qual è il loro identikit?
Nel 2011, in Italia, le persone che hanno consumato bevande alcoliche con modalità a rischio per la loro salute sono state complessivamente oltre 8.100.000, di cui 6.200.000 maschi e 1.900.000 femmine, pari al 23,9% degli uomini ed al 6,9% delle donne di età superiore a 11 anni.
Anche in Italia è avvenuto il passaggio, soprattutto tra i giovani, ad abitudini e comportamenti più tipicamente nordeuropei, caratterizzati dall’assunzione di aperitivi, amari e superalcolici, lontano dai pasti e con frequenza occasionale: si segnalano in particolare 338.000 minori di 16 anni (il 14% dei ragazzi e il 9,7% delle ragazze di questa fascia di età), per i quali le agenzie di sanità pubblica prescrivono la totale astensione da qualsiasi consumo alcolico. Tuttavia le percentuali più elevate di consumatori a rischio si riscontrano tra le persone di oltre 65 anni, che pur nell’ambito del tradizionale modello di consumo mediterraneo non si attengono ai limiti di moderazione prescritti per la loro età. Fra i maschi le percentuali più elevate di consumatori a rischio si registrano nella classe di età 65-74 anni (45,7%), seguita da quella di oltre 75 anni (39,5%), per un totale di circa 2.200.000 maschi anziani a rischio. Anche tra le femmine le percentuali più elevate di consumatrici a rischio si registrano nella classe di età 65-74 anni (11,7%), seguita da quella di oltre 75 anni (10,2%).

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Fonte: IPASVI