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BOOM DI BADANTI NELLE FAMIGLIE ITALIANE


Sono più di un milione e 600 mila, in dieci anni sono aumentate del 53%.


15 MAG - Sono più di un milione e 600 mila, in dieci anni sono aumentate del 53%. E nel 2030 ne serviranno altre 500 mila. Spesso viene chiesta loro impropriamente anche un’assistenza di tipo sanitario. Una ricerca realizzata dal Censis e dall’Ismu per il ministero del Lavoro e delle politiche sociali.
Dopo quelli per il governo della casa, vengono i servizi per l’assistenza alle persone anziane: dalla vigilanza sull’assunzione dei farmaci alla cura dell’igiene, dalle medicazioni semplici ai bendaggi e agli impacchi fino alla somministrazione di terapie intramuscolari, alla prevenzione delle lesioni da decubito, alle flebo.
Sono queste le principali prestazioni che gli italiane chiedono alle badanti, sempre più numerose nelle famiglie del nostro Paese. In dieci anni, infatti, il loro numero è aumentato del 53%, passando da poco più di un milione del 2001 alle attuali un milione e 660 mila; a crescere di più è stata la componente straniera, che oggi rappresenta il 77,3% del totale. E si stima che, mantenendo stabile il tasso di utilizzo dei servizi, il numero dei collaboratori salirà a 2 milioni e 151 mila nel 2030, cioè circa 500 mila in più degli attuali.
Sono dati che risultano dalla ricerca realizzata dal Censis e dall’Ismu (Fondazione iniziative e studi sulla multietnicità) per il ministero del Lavoro e delle politiche sociali, che è stata presentata martedì 14 maggio a Roma. L’indagine è stata realizzata intervistando 1.500 famiglie e altrettanti lavoratori domestici tra giugno e settembre 2012.
Le famiglie italiane che hanno attivato servizi di collaborazione, di assistenza per anziani o persone non autosufficienti e di baby sitting sono 2 milioni 600 mila (il 10,4% del totale), ciascuna delle quali spende mediamente 667 euro al mese.
I servizi più richiesti sono, appunto, quelli di sostegno al governo della casa, seguiti da quelli per l’assistenza alle persone anziane. In quest’ultimo caso, per quanto riguarda l'assistenza semplice, la funzione più richiesta è la vigilanza sull’assunzione dei farmaci (41,5%), seguita dal supporto alla cura dell’igiene dell’assistito (37,9%) e all'aiuto nel camminare e vestirsi (37,5%). Una quota significativa di famiglie, però, ricorre a servizi molto specifici di cura e assistenza di persone anziane non autosufficienti, in modo improprio e rischioso per gli assistiti quando si tratta di prestazioni sanitarie. Le mansioni più richieste sono le cure igieniche (28,5%); le medicazioni semplici, bendaggi e impacchi (25,3%); la somministrazione di terapie intramuscolari (20,3%); il supporto all’alimentazione (20,2%); la prevenzione delle lesioni da decubito (19,3%); la pratica di fleboclisi e clisteri.

Un “welfare fai da te” che grava quasi interamente sulle famiglie, meno di un terzo delle quali (31,4%) ha una qualche forma di sostegno pubblico (principalmente l’accompagno). Non c’è da stupire, perciò, se in tempi di crisi come questi, le famiglie cercano di compensare quel 29,5% di onere sul bilancio che l’aiuto “esterno” mediamente richiede. La maggioranza (56,4%), infatti, non ce la fa e comincia a ridurre i consumi (48,2%) pur di mantenere il collaboratore, il 20,2% ha cominciato a intaccare i risparmi e il 2,8% si è addirittura indebitato. Non solo: per non rinunciare al servizio alcune famiglie (il 15% in media, ma al Nord si arriva al 20%) cominciano a prendere in considerazione che qualche componente rinunci al proprio lavoro per prendere il posto del collaboratore. Una cosa, questa, che peraltro è già accaduta in una famiglia su cinque tra quelle che non hanno collaboratori. E si stima che in un quarto delle famiglie in cui è presente una persona da assistere e non si possa ricorrere ai servizi di un collaboratore, vi è – guarda caso - una donna (nel 90,4% dei casi) giovane (due su tre hanno meno di 44 anni) che ha rinunciato al lavoro, interrompendolo (9,7%), riducendo significativamente l’impegno (8,6%) o smettendo di cercarlo (6,7%).

Fonte: IPASVI